LO SCAFANDRO E LA FARFALLA: UNO STRAORDINARIO VIAGGIO INTERIORE PER SFUGGIRE ALLA MORTE

locandina-film-lo-scafandro-e-la-farfalla.jpg Locandina del film

INTENSO, PROFONDO, DOLCE, SENSIBILE, INCREDIBILE, ILLUMINANTE, ANGOSCIANTE, COMMOVENTE, VERO, IRONICO, FORTE…

Sono tanti gli aggettivi che potrei usare per definire l’ultimo film dell’artista-regista JULIAN SCHNABEL (New York, 1951): LO SCAFANDRO E LA FARFALLA. Un film che ho visto alcuni giorni fa e considero imperdibile.

Ispirato alla storia vera di JEAN-DOMINIQUE BAUBY, caporedattore della rivista Elle Francia, racconta di un uomo ricco, passionale, ambizioso e un po’ cinico che a 43 anni viene improvvisamente colpito da un ictus. Mentalmente vigile, ma quasi completamente paralizzato (solo un occhio e la sua palpebra sono in grado di muoversi), Bauby, utilizza lo spirito (la farfalla) per ricominciare a vivere e sperare in una “ripresa”. L’occhio, la memoria e l’immaginazione diventano così i tre elementi che gli danno la forza di cercare e trovare la libertà interiore nella prigionia del corpo (lo scafandro), di raccontare e raccontarsi e di dare vita ad un LIBRO (al quale Schnabel si è appunto ispirato) per dimostrare che anche l’immobilità può essere fonte di gioia”.

lo-scafandro-e-la-farfalla.jpg Una scena del film

In un’intervista, il regista ha raccontato che quando la moglie gli ha chiesto perchè voleva fare un film su una vicenda così dolorosa lui ha risposto:

“Perchè voglio far vedere che alcune persone guardano fino all’orizzonte e non vedono niente, altre guardano nell’angolo della loro stanza e vedono tutto il mondo, la loro vita interiore e anche qualcos’altro.”

Baury, mentre è in ospedale si chiede:“Sono stato cieco e sordo o ci è voluta l’amara luce di un dramma per trovare la mia vera natura?”. Riflessione purtroppo comune nelle persone che in seguito ad una malattia, che cambia irreversibilmente la loro vita, si interrogano sul valore autentico dell’esistenza (a proposito di questo vi riporto alcune significative parole che aveva detto l’architetto/designer Ettore Sottsass e che ho letto alcuni giorni fa: “E’ anche la malattia che ti spinge a pensare alla tua vita, alla tua morte, al futuro, al tempo. Perchè in una malattia c’è sempre una zona di solitudine assoluta; anche se sei assistito meravigliosamente, anche se vengono a trovarti molti amici. La malattia è un colloquio continuo con te stesso, su cosa sei e cosa sarai.”).

Candidato a quattro premi Oscar e considerato da alcuni critici un capolavoro, questo film ha la capacità, senza falso pietismo, di farci entrare nell’anima di un uomo che grazie alla sua libertà interiore ci ha lasciato un’indimenticabile lezione di vita, una lezione che supera il tempo e lo spazio, per arrivare dritto al cuore di ognuno di noi.

Il critico Paolo D’agostini ha scritto sul quotidiano La Repubblica: “E’ un film coinvolgente e intenso, che ti mette ansia ma poi, in qualche modo, la sublima e ti rasserena”.

Sono d’accordo con lui.

Alessandra

~ di alerika su Febbraio 22, 2008.

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